Osvaldo Licini

Se arte e vita, creatività e contesto esistenziale, realtà ed elaborazione interiore sono intrinsecamente legati nell’opera di ogni artista, ciò è tanto più evidente e profondo quando si parla di Osvaldo Licini (Monte Vidon Corrado, 22 marzo 1894 – 11 ottobre 1958). Difficile dire in quale misura l’uomo o il pittore abbiano determinato la scelta di vita nella solitudine del paese natale: un legame fatale quello di Licini con Monte Vidon Corrado, dove aveva le sue radici, dove i genitori da bambino l’avevano inspiegabilmente lasciato presso il nonno paterno una volta trasferitisi a Parigi, tenendo con loro la sorella Esmeralda nata due anni dopo di Osvaldo nella Ville Lumière. Poi il percorso formativo compiuto tra Bologna e Firenze, la tragica parentesi della grande guerra, gli anni trascorsi facendo la spola tra l’effervescente, avanguardistico ambiente parigino, la solarità matissiana della Costa Azzurra e la profonda quiete fermana. Ed è lì, nella casa di famiglia che tornerà nel 1926 portando con sé l’artista svedese Nanny Hellström, per sposarla proprio in quell’anno e condividere con lei l’isolamento su quel “cocuzzolo, da dove ogni sera vediamo calare il sole” scriveva l’artista in una lettera a Maria Cernuschi Ghiringhelli del 1944.

A trentadue anni Licini dunque compie la sua scelta con un atto di assoluta libertà: Monte Vidon Corrado è per lui il luogo della creazione.

Quel silenzio, quel paesaggio che ha impressa la medesima cifra cosmica delle leopardiane colline recanatesi, la scansione del tempo dettata dall’avvicendarsi delle stagioni e dai lavori agricoli come nei portali delle cattedrali medievali, creano la condizione favorevole per assimilare e rielaborare in una personalissima sintesi le suggestioni letterarie, filosofiche, pittoriche che coglieva attraverso letture, scambi epistolari con amici intellettuali, viaggi in Europa, visite a mostre e siti artistici. La casa di Monte Vidon Corrado per oltre un trentennio è un vero laboratorio creativo per Licini, costantemente impegnato in una ricerca espressiva che partendo da una riflessione sulle avanguardie francesi, in particolare sull’espressionismo, si focalizza poi sulla diatriba tra figurativismo ed astrattismo attraverso la fase delle liriche geometrie esposte alla galleria II Milione di Milano, fino al superamento e all’ideazione della nuova iconografia dei Personaggi, delle Amalassunte, degli Angeli Ribelli, delle cosmiche Marine e dei Missili Lunari in cui convergono paesaggio e fantasia, concezione filosofica, letteratura e poesia decadente francese.

ùE se durante gli anni duri della seconda guerra mondiale Licini, in segno di lutto, si chiude in stretto eremitaggio artistico nel suo paese decidendo ostinatamente di non esporre, non si sottrarrà al proprio senso di responsabilità civile quando, nel secondo dopoguerra, verrà chiamato a reggere l’amministrazione di Monte Vidon Corrado con una giunta di sinistra. Rimane difficile immaginarlo in quegli anni a risolvere problemi concreti per i propri concittadini, alle prese con bilanci comunali in forte passivo, organizzare infuocate riunioni politiche nella cantina della sua casa e nel contempo dialogare di notte liricamente con la luna, Amalassunta, dall’altana sulla quale faticosamente saliva a causa della ferita alla gamba riportata in guerra.

Nello stesso periodo venivano a trovarlo a Monte Vidon Corrado il giovane amico avvocato Luigi Dania ma anche personalità del mondo artistico come lo storico dell’arte Degenhardt, critici come Marchiori e Apollonio, galleristi come i Ghiringhelli e Le Noci, collezionisti come Levi, Lombardi, Gori. Al suo paese, accolto da una grande festa con la banda, Licini torna nel 1958 dopo aver ricevuto l’alto riconoscimento internazionale alla Biennale di Venezia. Qualche mese più tardi, nella sua camera dipinta in stile costruttivista, lascerà le vita terrena, spiccando definitivamente il volo verso quell’infinito al quale tutta la sua arte era stata protesa.

Monte Vidon Corrado, e non solo il polo museale composto dal Centro Studi, dalla sua dimora restaurata e arredata con mobilio e oggetti appartenuti a lui e a Nanny, dal Comune dove ha esercitato il suo impegno come primo cittadino, ma anche il belvedere con i suoi paesaggi, il parco pittorico che evoca i colori dei suoi dipinti, le viuzze silenziose, i percorsi in campagna verso San Liberato o contrada La Ruota dove andava a dipingere en plein air, tutto il luogo ed il raggio visivo da esso godibile è permeato della presenza di Osvaldo Licini, permette di entrare nella sua dimensione esistenziale.

La lettura dell’epistolario conservato al Centro Studi intercorso con gli amici di Grottazzolina Felice ed Ermenegildo (Checco) Catalini, la raccolta di disegni e carte con schizzi, annotazioni, citazioni poetiche, frammenti, poesie, le opere pittoriche conservate nella Casa Museo consentono di porsi in contatto con la complessa personalità di Osvaldo Licini, con la sua accesa fantasia e la sua pragmaticità, con la sensualità e la spiritualità, con l’attaccamento alle radici, alla cultura contadina e con il suo profilo di intellettuale europeo.

(Fonte: Daniela Simoni)

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