La lavorazione dei cappelli e della paglia di metà ‘800
Come riporta (Frontoni 2000, pg. 36), tra le pagine più suggestive della storia dell’arte del cappello nella provincia di Fermo troviamo quelle presenti nel 5° volume della Enciclopedia Contemporanea, pubblicato nella prima metà del 1857.
In tale ricostruzione si narra che da lungo tempo è praticata a Montappone l’arte di intessere i cappelli di paglia: abilità probabilmente introdotte da una famiglia fiorentina rifugiata nel territorio.
Una datazione certa degli inizi delle attività non risulta nota neanche agli storici dell’Ottocento che ne parlano come una consuetudine sviluppata da tempo immemorabile.
Il fatto che nel circondario di Fermo vi siano testimonianze di una classe di centonari, cioè di intrecciatori di stuoie, lascia immaginare un’abitudine antica nella treccia per cappelli, nella treccia di fili e altre fibre naturali (Vittori 1997, pg. 2): si consideri in tal senso la lapide commemorativa romana del I secolo d.C. conservata nel Museo Archeologico di Falerone.
Da Montappone, la lavorazione della paglia, si è presto estesa ai vicini comuni di Massa Fermana, Monte Vidon Corrado, Falerone e in parte Montegiorgio. Al di fuori di poche famiglie e dei bambini al di sotto dei cinque anni, tutti gli altri abitanti di Montappone si occupano della produzione dei cappelli di paglia: solo in misura appena minore tali attività si ritrovano nei comuni di Massa Fermana, Monte Vidon Corrado e Falerone (Re 1857).
Già i contadini di metà Ottocento considerano tali occupazioni più redditizie e meno faticose della coltivazione dei campi: i proprietari terrieri, di conseguenza, si trovano spesso costretti a porre un limite alla semina del grano atto a tale lavorazione.
Tra la popolazione, gli uomini si occupano di eseguire a mano le trecce; le donne fanno la treccia e cuciono anche i cappelli; i ragazzi intrecciano le paglie più grossolane. Ogni momento risulta propizio per lavorare la paglia, mentre si passeggia, mentre si parla, mentre si va alla chiesa … .
Sono diffuse in particolar modo le cosiddette veglie, che si fanno di volta in volta in case diverse e mentre si compongono i cappelli, si canta, si raccontano storie e ci si corteggia.
I cappelli si esportano in varie parti d’Italia, e specialmente nel Regno di Napoli; all’estero si raggiungono i territori di Trieste, della Grecia, delle Isole Jonie, dell’Algeria, dell’Egitto, e persino della Crimea (Re 1857).
Le fasi tipiche del modello protoindustriale prevedono la produzione diffusa sul territorio della treccia e dei semilavorati iniziali e, l’accentramento nel borgo dell’assemblaggio e della finitura finali (Rulli 1995, pg. 55).
E’ da questo ambito che sono giunte fino a noi tracce del modello culturale ottocentesco, come quello raffigurato in un affresco di metà Ottocento, rinvenuto nel centro storico di Montappone e conservato nel locale Municipio.
Già a metà del XIX secolo, risultano introdotte importanti innovazioni di processo e di prodotto, come l’utilizzo della gualitrice per la calibratura dei fili di paglia e delle presse per dare forma ai cappelli.
Riconoscimenti internazionali e le prime fabbriche
Contemporaneamente, dati di poco antecedenti l’unità d’Italia, ci confermano la struttura produttiva del quadrilatero della paglia con un totale di pezzi prodotti pari a 655.000 unità.

Col trascorrere degli anni, il pregio e le peculiarità dei manufatti vanno espandendo il proprio raggio di azione fino a importantissimi riconoscimenti nazionali e internazionali.
Nel 1861 Montappone ottiene la medaglia di bronzo alla Esposizione Nazionale di Firenze per la cura e la qualità della lavorazione dei cappelli, mentre lo stesso Comune si aggiudica la medaglia di argento all’Esposizione Universale di Parigi del 1867: (Frontoni 2000, pg. 39) e (Buccolini 1999, pg. 67).
Nella promozione dei prodotti un ruolo di primo piano viene svolto dalle amministrazioni pubbliche comunali che si caricano, in ogni occasione, di tutti gli oneri organizzativi.
Altra manifestazione da segnalare è l’Esposizione provinciale agricola industriale ed artistica di Fermo del 1869, con espositori di Falerone, Massa Fermana, Monte Vidon Corrado e Montappone, in cui vengono presentate importanti novità come i cappelli di paglia colorati e i cappelli di panama. In particolare questi ultimi, essendo una manifattura estremamente pregiata e dagli alti costi di lavorazione, vengono importati già cuciti eseguendo alla fine solo operazioni di rifinitura e confezionamento (Buccolini 1999. pg. 67-68).
A fine Ottocento l’esportazione di cappelli raggiunge oramai varie parti del mondo comprese le Americhe.
Parallelamente si assiste ad una nuova meccanizzazione nella produzione dei cappelli attraverso l’introduzione della macchina cucitrice: questo comporta un accentramento delle attività nei laboratori, (Buccolini 1999, pg. 69), anche se il lavoro domiciliare resta sempre un prerogativa della occupazione nel distretto. La prima fabbrica di concezione moderna nasce a Monte Vidon Corrado nel 1863, aprendo la strada a decine di altre imprese che prosperano fino al primo dopoguerra. Nel censimento del 1881, tra Massa Fermana, Montappone, Monte Vidon Corrado e Falerone, si hanno complessivamente 9355 abitanti, dei quali 2053 sono artigiani o piccoli imprenditori nella produzione del cappello e 1951 risultano salariati a tempo pieno (Vittori 1997, pg. 8).
La stessa inchiesta Jacini del 1884, relativamente ai paesi del cappello del fermano, parla della presenza di un benessere sconosciuto alle altre popolazioni agricole del territorio (Rulli 1995, pg. 113).
Nell’espansione commerciale del cappello di paglia, le fiere e i mercati sono stati tra i principali elementi catalizzatori dell’incontro tra domanda e offerta.
Per tutto il XIX secolo, come osserva lo storico Carlo Verducci (Vittori 1997, pg.6), il commercio ambulante dei cappelli di paglia è una caratteristica qualificante del distretto, che accompagna continuamente le attività più propriamente manifatturiere. Una particolare figura, nota come il “cappellaio di Montappone”, si afferma nella vendita ambulante dei cappelli: una pertica lunga 3-4 metri sostenuta da un bastone, costituisce la singolare bancarella di questo mercante (Apunis 2012).
Sulla cultura e sulle capacità commerciali e artigianali del territorio, si innesta per lungo tempo, e sino ai primi anni del secondo dopoguerra, l’azione del centro manifatturiero di Firenze, attraverso commissioni e richieste. Non di rado i cronisti dell’Ottocento notano che gli stessi Fiorentini si recano a Montappone per fare incetta di cappelli, che poi, dopo averli adornati in maniera adeguata, rivendono come se fossero toscani (Rulli 1995, pg. 28). L’influenza esterna è tutt’altro che negativa per le sorti del distretto, in quanto costituisce l’elemento suppletivo, che dopo un lungo adattamento, fa venire alla luce le capacità produttive della comunità territoriale verso una sempre maggiore apertura mercantile (Vittori 1997, pg. 3).